L’invenzione della manovella – parte 6

Sommario

“Quando sulla tua strada incontri un bivio, prendilo”

Yogi Berra

 

“Il fato guida chi lo segue,

trascina chi gli si oppone”

Seneca

Regno, regnavo, sono senza regno, regnerò

Ora, nel tornare alle carte, riferiamoci, finalmente, a quella che tra tutte più ci illustra il tema del destino, annoverandolo tra i suoi significati: la Ruota di Fortuna. Il motivo iconografico della Ruota di Fortuna non è proprio dei tarocchi. Nasce nella tradizione antica e medievale come simbolo dell’imprevedibilità delle vicende umane. La ruota viene manovrata da Fortuna (Tyche), dea raffigurata il più delle volte bendata, e con il suo girare, riproduce l’ascesa, il culmine, il declino e la caduta propri di ogni essere umano, dai potenti agli uomini più ordinari, tutti raffigurati attaccati, ovvero avvinghiati, alla ruota stessa. Diventa immediatamente la più “fortunata” allegoria del destino e la si trova un po’ ovunque, anche a decorare le cattedrali romaniche. Nel II secolo d.C., diventa un topos letterario grazie al tragediografo romano Pacuvio. In seguito, Tacito ne attesta la diffusione nel suo Dialogus de oratoribus. La troviamo poi anche, ed è in questa configurazione che più ci interessa, ad illustrare il De consolatione philosophiae di Boezio.

Nello sparire, Fortuna rivela la ruota

Pure qui abbiamo una donna a manovrare la ruota (Fortuna), ma, in particolare, si evidenziano quattro personaggi a cui viene attribuita la scritta “regnerò” alla figura in ascesa, la scritta “regno” a quella in alto, “regnavo” a quella in discesa e “sono senza regno” alla figura in basso. Questa sequenza è eloquente nel descrivere l’avvicendamento delle vicissitudini delle umane genti e, nel parlarci della vita nella sua essenza, delinea anche l’inevitabile destino a cui i fatti umani sono sottoposti, in perfetta analogia con il succedersi delle stagioni, replicato nella ritualità e nel sacrificio del Re Sacro.

Iconografia della ruota nei Tarocchi

Questo stesso motivo è quello che viene ripreso dai primi tarocchi conosciuti: i mazzi Visconti-Sforza. Siamo nella seconda metà del XV secolo: il mazzo Pierpont-Morgan è del 1451, quello Brera-Brambilla del 1463. Su entrambe le carte Fortuna ha le ali, a indicare che non è persona di questo mondo. È bendata e rappresentata con le spalle alla ruota: non potendo vedere cosa sta facendo, nel manovrare la ruota agisce alla cieca. Venendo ai personaggi, appare un particolare significativo. Il Re in cima alla ruota e la figura in ascesa presentano orecchie d’asino, mentre la figura discendente dell’asino guadagna addirittura la coda, per indicare la loro stupidità e protervia nel pensare che il potere sia loro e solo per loro. Widmann ci parla di “asinismo dell’Io”. Ancora, fatta eccezione per il vecchio, sul quale torneremo, le figure sono raffigurate come bambini, sottolineando l’infantilismo della competizione per il potere. Alla fine avere il potere è, probabilmente, soltanto trovarsi al momento giusto nel posto giusto: è tutta una questione di fortuna o destino. In questo caso non è forse a questa fortuna, a questo destino, che il potere andrà in qualche modo ritornato? La stessa iconografia viene recuperata nella Ruota di Fortuna del foglio Budapest. Trattasi sempre di un tarocco italiano, conservato al museo di Budapest, datato intorno al 1500. I Tarocchi miniati di Carlo VI, che vogliono rappresentare un restauro del mazzo che così è appunto conosciuto, è probabilmente a questo foglio che s’ispirano. Del mazzo di Carlo VI sono giunte a noi, infatti, solo sedici carte, e la Ruota non è tra queste. Ad ogni modo, vale la pena di cogliere alcuni aspetti. Viene, intanto, ribadito e decisamente amplificato il tema dell’asinismo: laddove nel Visconti-Sforza ci si limitava alle orecchie, qui i personaggi dell’asino prendono il sembiante; e in cima alla ruota abbiamo un asino vero e proprio.

Il «quarto uomo»

Ma più grande interesse può suscitare la figura dell’uomo, diciamo così, “caduto”. Questo quarto uomo si differenzia in maniera significativa dal suo omologo nel mazzo Visconti-Sforza: non ha, infatti, nessun contatto con la ruota. Nel Visconti-Sforza la ruota sembra gravare interamente sul vecchio, quasi a schiacciarlo, finirlo. La figura del foglio Budapest appare non avere più attinenza. Potremmo dire che è “fuori dai giochi”. O parafrasando, ancora meglio, “fuori dal giogo”. Laddove nel foglio Budapest non possiamo dire che ci venga presentato un vecchio, diventa per noi interessante l’operazione fatta nel tentativo di “riesumare” la carta perduta dei tarocchi di Carlo VI. Qui, infatti, ci viene decisamente presentato un vecchio. E possiamo ben dire, lo stesso vecchio presente nel Visconti-Sforza. Ora, nel nostro ambito, immancabilmente un vecchio ci richiama la figura dell’Eremita, con tutti i significati che questa ci compendia: e cioè saggezza, introspezione, romitaggio. Laddove il nostro quarto uomo in prima istanza ci informa di fallimento, rovina e miseria agli occhi del mondo, nella conseguente esclusione dal vivere per vivere, naturalmente si accompagna a cercare dentro di sé un senso che gli permetta di ricomporre e giustificare la propria esperienza. Non a caso la veste che il vecchio indossa è bianca: a significare che nel suo precipitare egli si è “purificato” da tutte le proprie effimere identificazioni; e perciò anche “chiarito”. L’Eremita dei tarocchi di Marsiglia questo fa: con la sua lampada illumina nel passato l’esperienza per trasformarla in significanza e, di conseguenza, conoscenza.  Conoscenza che è, prima di tutto conoscenza di sé.

una ruota con la sede, nel proprio mozzo, per un’eventuale interfaccia

È ulteriormente importante cogliere che postura e atteggiamento del nostro supposto eremita, raffigurato nel Visconti-Sforza, sono differenti da quello del foglio Budapest, o Carlo VI che si voglia. Sul primo, come abbiamo già detto grava l’intera rappresentazione e, in particolare, incombe la dea Fortuna: come a dirlo schiacciato da un destino che non può né vedere né, tantomeno, conoscere. Il secondo, invece, ci appare decisamente a proprio agio, quasi in panciolle, nonostante la situazione considerata. Ma soprattutto, al contrario dell’altro, può osservare la scena. E quale sorpresa: nessuna dea Fortuna. Potremmo riassumere dicendo che, mentre il primo sembra domandarsi: “Perché capita tutto a me?”, il secondo si conceda di chiedersi: “Perché capita proprio a me?”. Il vinto si è evinto, insomma. Nello sparire, Fortuna rivela la ruota: una ruota con la sede, nel proprio mozzo, per un’eventuale interfaccia. Dalla dea siamo passati al simulacro. Il destino, dapprima codificato in una divinità ultraterrena, assume la forma di un oggetto di uso comune. Oggetto che, pure, ci costella significati quali percorso, viaggio, lavoro, eccetera. Certamente qualcosa di più avvicinabile; se vogliamo, di più familiare. Ma, ancora, mozzo e raggi della ruota ci disegnano un sole. Il mozzo ne rappresenta il nucleo, i raggi l’area di irradiazione. Punto e circonferenza, che del sole compongono il glifo.

Continua – L’invenzione della manovella – parte 7

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