L’invenzione della manovella – parte 1
Alcune suggestioni intorno al tema del destino nel costruire connessioni tra il mito di Edipo, e non solo, e i simboli presenti nei Tarocchi di Marsiglia. Esiste un destino? E di cosa si tratta? Di fronte al destino, a questo punto, cosa vuol dire parlare di libero arbitrio? Attraverso il loro linguaggio simbolico, i Tarocchi argomentano una loro visione e un loro insegnamento; ed è proprio questo che ho voluto decifrare nel mio intervento dagli Atti del XIV Convegno di Astrologia Umanistica e Psicologica Eridanoschool, ottobre 2023 (– prima parte –)
Sommario
“Quando sulla tua strada incontri un bivio, prendilo”
Yogi Berra
“Il fato guida chi lo segue,
trascina chi gli si oppone”
Seneca
Il fato di Laio
Senza dubbio, tra i miti fondatori, il più immediatamente riferibile al tema del destino è quello di Edipo. La premessa è ben nota: Laio e Giocasta, sovrani di Tebe, non hanno eredi; il che porta Laio a consultare l’oracolo di Delfi. Qui gli verrà predetto che avuto un figlio, questi lo ucciderà per sposare poi la madre e avviare una catena di vicissitudini che porteranno alla rovina della sua casa. Per un greco, quale Laio è, il “Fato” ha parlato e le sue parole cadono come un’ineluttabile sentenza. Il termine “Fato” arriva a noi dal latino fatum, che a sua volta deriva da fari, che significa dire, parlare, e con ciò indicando la parola della divinità, e quindi il destino irrevocabile, comprensivo anche della morte, fissato fin dal principio e a cui nessuno si può sottrarre. Per i greci indicava l’essere sottoposto a una “Necessità” (Anánkē) che non si conosce, che appare casuale e che invece guida il susseguirsi degli eventi secondo un ordine non modificabile.
il “Fato” ha parlato e le sue parole cadono come un’ineluttabile sentenza
Le parole della Pizia vengono quindi prese molto sul serio da Laio. Egli decide, infatti, di allontanare la moglie Giocasta. Costei però, vedendosi ripudiata, induce il marito a ubriacarsi in modo da giacere con lui ancora un’ultima notte. Tanto basta: nove mesi dopo nasce un bambino. Ma Laio, implacabile nel suo intento di ostacolare la profezia ricevuta, sottrae a Giocasta il figlio, senza che ella possa nemmeno accoglierlo per un momento in grembo, e ordina che al bambino appena nato siano forate le caviglie per farvi passare una cinghia e poterlo “esporre”, cioè abbandonarlo nella foresta, legato e inerme, in balia delle fiere e delle intemperie, consegnandolo a morte certa. Proprio dalle ferite inferte alle caviglie dal trauma della “sospensione” arriverà il nome del nostro campione. Edipo significa, infatti, “piede gonfio”; e ciò può recarci, insieme, il tema della zoppia sacra e del re menomato che, con il proprio sacrificio, renderà fertile ciò che è sterile e rappresenterà il seme della futura iniziazione.
Edipo, l’appeso
Nei Tarocchi di Marsiglia possiamo ben vedere tale “esposizione” nella carta dell’Appeso. Appeso che, in questo caso, assume su di sé il ruolo del reietto, del rifiutato e respinto, ostracizzato da un qualche ordine costituito e riconosciuto e per questo legato e “sospeso”. Ma chi è che lo ha incatenato? È la gamba flessa ha darci una possibile indicazione. Nella carta numero IIII, l’Imperatore, possiamo infatti indovinare la stessa postura nelle gambe. L’Imperatore può allora rappresentare quest’ordine costituito che ha emarginato il nostro Appeso, il principio ordinatore che presidia il quadrato (ciò che è dentro è dentro e ciò che è fuori è fuori), immagine archetipica di cui il numero della carta ci informa.
al bambino appena nato siano forate le caviglie per farvi passare una cinghia e poterlo “esporre”
Stiamo descrivendo fin qui la contrapposizione tra un principio ordinatore e un qualche agente del caos che da questo viene bloccato, esiliato: l’Imperatore lega l’Appeso, lo “espone”. Plausibile figurarsi in tale trattazione una dinamica Io-Sé, personalità-anima: l’Io, per nulla disponibile ovvero non ancora pronto a far entrare nella propria area di competenza contenuti che premono sul confine chiedendo di entrare, li respinge, li “sospende”, auspicandone la dissoluzione. L’Appeso può quindi rappresentare qui questi contenuti espulsi e “sacrificati” al fine di conservare l’attuale status quo; l’Imperatore ci figura invece un Io rigido, che non vuole “sacrificare” sé stesso e per questo li respinge.
È proprio intorno a questo aspetto del “sacrificio” che possiamo costruire un altro punto di vista e impostare una diversa argomentazione. Se risulta più immediato accostare l’idea di sacrificio all’Appeso, più difficile può sembrare riferire lo stesso concetto all’Imperatore. Ma se paragoniamo l’Imperatore dei Tarocchi di Marsiglia a quelli di altri giochi, una sottile peculiarità balza all’occhio. Negli altri mazzi ci troviamo di fronte a Imperatori altezzosamente quanto saldamente assisi in trono. In queste carte lo stesso trono diventa elemento secondario, marginale, talvolta addirittura quasi incorporato nella figura del sovrano. Nei Marsiglia osserviamo invece che l’Imperatore, anziché seduto, sembra quasi essere in piedi, più appoggiato che assiso sul trono, quasi ad essere informato e consapevole della propria temporaneità e precarietà.
Continua – L’invenzione della manovella – parte 2