La vita è un passaggio – parte 5
Sommario
“Ma non c’è niente
Che sia per sempre
Perciò se è da un po’
Che stai così male
Il tuo diploma in fallimento
È una laurea per reagire”
Non è per sempre – Afterhours
L’Appeso del mazzo Conver: “decentramento”
Ma più significativo ancora è quello che succede nel mazzo Conver. Laddove nelle altre carte il numero è centrato rispetto alla carta stessa, nell’Appeso il numero si sviluppa partendo dal centro di quest’ultima. Come a dire che il centro intorno al quale fino a quel momento gravitavamo non riesce più a trattenerci e, risucchiati da un’invincibile forza centrifuga, cediamo, nostro malgrado potremmo pensare, all’attrazione di un nuovo centro che ancora ignoriamo. Dopo l’Appeso il numero torna ad essere centrato, ma l’operazione grafica della XII (12, guarda caso) sta ad indicarci che il nostro centro è cambiato e conseguentemente il nostro punto d’osservazione. L’immagine dell’attraversamento dello specchio reca con sé immediate connotazioni simboliche. Se nello specchio noi vediamo l’immagine riflessa della nostra identità, ma è pur sempre lo specchio che stiamo guardando, guardare da oltre lo specchio è ben altra cosa. L’immagine riflessa è comunque a modo suo un’immagine “capovolta” e quindi possibilmente ingannevole, oltre che bidimensionale. Guardarla da dietro lo specchio, dal nostro mondo capovolto, significa paradossalmente vederla per come è veramente, poterne cogliere un volume.
il Matto può rappresentare l’intero nostro mondo transpersonale
Tornando al nostro Re, il fatto di non poter più muoversi, accostato al fatto di non poter più generare (la menomazione ai genitali), ci dice che lo spazio d’azione nostro è finito, che i confini del Regno che abbiamo creato ci sono stretti e che, se altro spazio va trovato, questo andrà cercato altrove. Ma il nostro Re, che non riesce più a muoversi, non è più un Re che si avventura all’esterno: vive relegato nel proprio castello e pesca (…i Pesci?). La sua ricerca è interiore. Il male che lo affligge è un mal d’anima: tutto ciò che ha conquistato si è tramutato in morte, sterilità, e desolazione. Non solo, qualsiasi altro tentativo in quella direzione non ha fatto e non farebbe che aumentare queste sensazioni, restituendogli un’opprimente mancanza di libertà, un’incompletezza di fondo, un’assenza, un’indecifrabile nostalgia per una qualche dimenticata memoria.
Il Matto dei Tarocchi di Marsiglia: il mondo transpersonale
Avevo già avuto modo di anticipare nell’ultimo convegno come il Matto “può rappresentare l’intero [nostro] mondo transpersonale. Come psicopompo (cane) può inoltre incarnare Mercurio, in veste qui di nostro rapitore, principio di evasione dalle forme assegnateci, per andare verso il nostro Sole. Il Sole in potenza, nascente, che si può vedere sorgere proprio dalle zampe anteriori del cane. La dinamicità della carta del Matto (è l’unico Arcano Maggiore che cammina) può inoltre essere ascritta a quelle fasi della vita in cui qualcosa mette in movimento l’intero nostro sistema, destabilizzandolo, verso un nuovo ordine”.
Parsifal, la “purezza” del Folle
Nel suo “Gli Arcani della vita”, Claudio Widmann affianca il Matto dei Tarocchi alla figura di Parsifal. Widmann ci parla di un Parsifal cresciuto in un mondo di donne, governato dalla di lui madre Herzeloide, che lo cresce come un sempliciotto mentecatto che, in quanto inadatto al mondo, sarà da questo tenuto lontano, al sicuro. Almeno secondo le intenzioni di Madonna Herzeloide. Il suo ingresso nel mondo avviene quando “nei territori senza luogo del Graal, nel cuore della foresta sacra un cigno vola in cerchio sul lago, stupendo come un presagio benefico. D’improvviso lo colpisce una freccia assurda e dissonante con la sacralità incantata del luogo; l’eleganza del volo vira in caduta sgraziata. Quattro cavalieri stupiti e indignati di quella profanazione trovano un ragazzotto tronfio, fiero di “colpire al volo ciò che vola”, che non sa dire perché tirò al cigno, né sa da dove viene e nemmeno come si chiama”. I simbolismi si sprecano. I quattro cavalieri sono il quadrato della materia o ancora l’uterino quadrato simbiotico dell’Appeso di prima. La freccia, scoccata per puro istinto, l’opportuno strumento per operare il taglio. Il cigno, animale dell’aria e quindi del mentale, ma anche abitante dei luoghi d’acqua, che colpito precipita nel lago (attraversa lo specchio), è la nostra funzione razionale che dovrà ora confrontarsi, perdendo la testa, con il nostro acquatico mondo altro.
Guardarla da dietro lo specchio, dal nostro mondo capovolto, significa paradossalmente vederla per come è veramente
Parsifal, che non sa “nemmeno come si chiama”, scaturisce quindi come tutti dal mondo simbiotico della Grande Madre per diventare cavaliere e realizzare così il proprio destino. Ed in effetti lo diventa a dispetto di tutto e tutti. Nel corso delle sue avventure s’imbatte nel “castello del Graal, nascosto dalle nebbie alla vista di coloro che vogliono raggiungerlo, imponente alla vista di chi è destinato a trovarlo. Lì abita Amfortas, il ricco e sofferente Re Pescatore, custode e sacerdote del sacro Graal e della lancia con cui venne trafitto il Cristo in croce”, la stessa con cui rimase ferito il Re di una ferita che non si rimarginava. Secondo una profezia sarebbe arrivato al castello un giovane ingenuo che avrebbe messo fine alle sofferenze del Re se solo gli avesse domandato la ragione della sua malattia. Ma di fronte alla sofferenza del Re, Parsifal rimase muto. Parsifal ricominciò a vagare senza meta e “[visse] quanto doveva apprendere”. È a questo punto che, di nuovo ammesso alla corte di Amfortas, “guardò il ricco Re Pescatore e vide un uomo sofferente, ancora più raggelato dal suo male indicibile, ancora più prostrato nella sofferenza e gli salirono alle labbra semplici parole: “Ditemi, dolce compagno di un’esistenza di dolore, cosa vi strugge?”.
Continua – parte sesta – La vita è un passaggio – parte 6