La vita è un passaggio – parte 3
Sommario
“Ma non c’è niente
Che sia per sempre
Perciò se è da un po’
Che stai così male
Il tuo diploma in fallimento
È una laurea per reagire”
Non è per sempre – Afterhours
Il Carro dei Tarocchi di Marsiglia: una “chimera”
L’impianto egoico nei Tarocchi è ben rappresentato dal Carro, la carta numero VII. Sette come i pianeti dell’astrologia tradizionale (Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno) e i pianeti che, come ci dice Lidia Fassio nel suo “I nostri simboli interiori”, circoscrivono la coscienza. Quello che vediamo può ben essere un generale che, di ritorno dalle proprie campagne militari, sfila trionfante su di una biga. È l’Alessandro Magno conquistatore di mondi che insaziabile torna continuamente a rilanciare, finché più nulla vi sia da conquistare. La carta del Carro è infatti la carta della vittoria, del successo, del dominio sulla materia. Il disegno del veicolo consta di un quadrato sopra il quale si erge la figura coronata di un Principe.
la Giustizia è di noi che parla: siamo noi a rivolgere quello sguardo indagatore a noi stessi
Il quadrato (quattro) è un ben noto simbolo di materia ed è qui sormontato da un triangolo, che possiamo indovinare nella sagoma del Principe e che ci reca il tema del rapporto tra il divino e l’umano. Inoltre, i cavalli aggiogati al veicolo possono (e di fatto anche lo fanno) rappresentare le parti ctonie, istintuali, che il nostro auriga è arrivato a padroneggiare, non fosse che il disegno sembri dettagliarci qualcos’altro. Innanzitutto non si registra presenza di briglie. Ma non solo. Se osserviamo bene i cavalli, questi sembrano scaturire dal veicolo come se fossero un tutt’uno con esso. E ancora, lo stesso veicolo, che immaginiamo solcare trionfante le vie del mondo, si immerge completamente nel suolo, nel globo terrestre, anche qui restituendoci l’immagine di formare un tutt’uno con esso. A questo punto, anche lo stesso auriga lo potremmo considerare come facente parte di questa mostruosa entità mutante costituita dal veicolo, dalla figura umana, dai cavalli e dall’intero globo terracqueo. È come se il Carro ci raccontasse, ovviamente da questo punto di vista, di un impianto egoico inflazionato, che si crede Dio in terra (un “cieco” triangolo sul quadrato) e che vive nell’illusione di trascinare appresso a sé il mondo, quando in realtà è fermo e la sensazione del movimento gli è data dal movimento cosmico del globo stesso. Le stesse parti ctonie, rappresentate dai cavalli, non sono in realtà governate, ma sono state cristallizzate nel loro tentativo di uscire per rivelarsi e si dimenano sofferenti e sempre più insofferenti, incastrate nella vita che l’auriga ha scelto per loro.
Convocati al tribunale di Giustizia
Nessuna possibilità di prendere coscienza di questo se non attraverso un taglio. Una separazione delle parti che prima di tutto ci emancipi dall’illusione di movimento che ci è data dall’esterno e che predisponga una rilettura dei contenuti interni, sempre rimandata perché non ci si può fermare, che riattivi un movimento interiore. Di nuovo il mondo capovolto. La carta che segue, la Giustizia, ci parla di questo. La prima cosa che ci presenta è la spada: la separazione, il taglio. Successivamente incontriamo il suo sguardo: la Giustizia ci scruta dentro. Ma in realtà la Giustizia è di noi che parla: siamo noi a rivolgere quello sguardo indagatore a noi stessi. Come se ci guardassimo in uno specchio. La separazione ci ha permesso di guadagnare un punto d’osservazione che ci consente di vederci, o meglio ri-vederci (l’8 della carta è il numero che ritorna su sé stesso), per chi siamo veramente. Un vero e proprio processo a noi stessi dove a chiedere giustizia, per restare nella metafora, sono quelle parti di noi che sono state eclissate, trascurate, esiliate. La sentenza sarà evasa solo nella carta del Giudizio, la XX, alla fine del decenario dell’anima. 12 carte dopo, come il numero dei giurati in un processo e, ancora, come il numero dei segni zodiacali. La bilancia diventa allora lo strumento per quest’armonizzazione delle parti: l’unità di misura e proporzione, laddove la legge è uguale per tutti. La Legge di cui la Giustizia ci parla non è però la legge degli uomini. Se il termine di paragone è quest’ultimo tipo di legge, non sempre quello che facciamo ha conseguenze su di noi: alla legge degli uomini si può sfuggire. Quello che facciamo o non facciamo ha però sempre conseguenze sugli altri. E questi “altri”, altro non sono che metafora del nostro mondo interiore. Se è vero che “Come è sopra, così è sotto…” e viceversa, allora sempre quello che accade “fuori” ha conseguenze “dentro”. La Legge della Giustizia dei Tarocchi è una legge inesorabile, alla quale non si può sfuggire. È la legge che regola l’Universo. È la legge che regola la vita e che ci dice che un giorno moriremo. Vale allora la pena di fare altro, o meglio “veramente qualcosa”, della propria vita.
L’Eremita dei Tarocchi di Marsiglia: il discernimento
Eccolo questo scopo altro che trascende l’ego del Carro. È la conoscenza di un meccanismo e del suo funzionamento che permette d’indovinarne il fine ed è questa conoscenza che è prerogativa dell’Eremita, la carta che segue. L’Eremita illumina infatti con la sua lanterna la carta della Giustizia come se scrutasse dentro un manuale d’uso per comprendere. Il risultato della sua indagine sarà poi sintetizzato nella carta che segue e che chiude il primo decenario: la Ruota, di cui parleremo.
La Legge della Giustizia dei Tarocchi è una legge inesorabile, alla quale non si può sfuggire
Come Diogene di Sinope, lo schiavo che emancipatosi divenne filosofo, egli va in giro con una lanterna “cercando l’uomo”. È curioso che, avendo preso quali esempi Alessandro Magno per il Carro e Diogene per l’Eremita, questi due si siano incontrati veramente. In occasione di quell’incontro, quando Alessandro chiese a Diogene che cosa egli potesse fare per lui, il saggio rispose: “Stai un po’ fuori dal mio sole”.
Continua – parte quarta – La vita è un passaggio – parte 4